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… Nel tentativo di ottenere prestigio internazionale, diverse aziende -ad esempio, Prada, Gucci e Fendi- utilizzarono strumenti quali la quotazione in borsa, la creazione di Holding (gruppi imprenditoriali di grandi dimensioni) e la conseguente ricerca di nuovi partner commerciali per espandersi e incrementare i propri profitti.
Si è venuto così a creare un complicato sistema di scatole cinesi dove una società, investendo parti del proprio capitale di valore inferiore al valore reale delle società acquistate, riesce ad acquisirne il controllo facilitando (o anche nascondendo) flussi di liquidità o debiti.
Ed è qui che l’equilibrio inizia a farsi precario e si vedono i primi sintomi di un fallimento del mercato: ragionevolmente, non tutte le aziende potevano permettersi uno sviluppo “à la Bernard Arnault” (il proprietario dell’impero LVMH); ne sia un esempio il gruppo Burani Designer Holding (BDH) che, dopo la corsa all’acquisto di piccole aziende nei settori più disparati, è finito in agonia. Risultati? Una denuncia per aggiotaggio e falso in bilancio a carico degli amministratori delegati Walter e Giovanni Burani e un debito di cinquecento milioni di euro.
In questo contesto viziato, la radice artigianale classica ha avuto la peggio contro i soldi facili, i progetti rapidi e le scalate finanziarie. Quelli che erano i punti di forza per le aziende di moda italiane, vale a dire l’individualità e la forte personalità dell’imprenditore coadiuvate da una salda cultura aziendale derivante dalla gestione familiare, con il tempo sono stati percepiti come un freno.
Si è puntato alla maggior diversificazione possibile dei business, correlando anche unità distinte che poco avevano a che fare l’un con l’altra; la super-concentrazione dei marchi è stato un progetto troppo ambizioso per gruppi che all’inizio puntavano più sulla presenza della componente “famiglia” nell’operatività che sulle doti manageriali.

Scatole Cinesi all'italiana
Tutto ciò ha provocato una generale sfiducia da parte dei consumatori che, nel corso degli anni, hanno visto poca coerenza tra i messaggi percepiti e i valori inizialmente professati. Il “Made in Italy” ha trascurato la sua matrice artigianale per correre dietro all’economia di carta e allo show-business.
Sembra che il settore si sia dimenticato che la fedeltà ad un marchio non nasce dalle voluttuosità finanziarie che un’azienda riesce ad inseguire, ma dalla storia e dalla affidabilità che può essere riposta in essa.
A cura di Greta Ubbiali








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