Il “Made in Italy” è da sempre simbolo di qualità esclusiva, tradizione tessile e buon gusto… Tuttavia analizzando le cifre si può notare che qualcosa, nel corso del tempo, è cambiato:
Nell’anno 2000 il fatturato del settore tessile-moda era di settanta miliardi di euro con un saldo attivo della bilancia commerciale di venti miliardi e novecento mila addetti impegnati. I numeri mostrano come la moda fosse, non solo un vanto nazionale, ma anche un settore trainante per l’economia del paese.
Nel 2010, invece, il fatturato è sceso a cinquantasei miliardi di euro, il saldo commerciale si è ridotto a undici miliardi e si sono persi centocinquanta mila posti di lavoro.
In soli dieci anni imperi industriali sono andati sgretolandosi, marchi e prodotti sono scomparsi e sembra che un sistema di valori che aveva da sempre contraddistinto la moda italiana si sia perso.
Ma quali sono le cause di questo crollo?
Additare la recente recessione come causa principale della defaillance del “Made in Italy” non è che una sbrigativa risposta di comodo, visto che i problemi sono cresciuti in seno alla perversa logica finanziaria che si è impossessata del settore e che, da questo punto di vista, la crisi non ha fatto altro che rafforzare dinamiche già presenti ed evidenziare falle preesistenti.

Scatole cinesi all'italiana
Ai suoi esordi, la moda italiana era il frutto di tante piccole aziende a conduzione familiare che, grazie alla capacità imprenditoriale dei capo famiglia-dirigenti e all’alta qualità sartoriale, si espandevano di anno in anno . Queste piccole società raggiunsero il loro periodo migliore alla fine degli anni Sessanta, complice anche il boom dei consumi che si sarebbe verificato da lì a poco.
Con il passare degli anni, alcuni imprenditori più oculati si accorsero che basare il vantaggio competitivo solo sulla perfettibilità dei capi non era più sufficiente e che per crescere ulteriormente ci si doveva affidare agli ingranaggi del marketing. I soldi iniziavano a girare in quantità sempre maggiori; gli atelier diventavano piccoli templi della contemplazione del lusso il cui rito si consumava in sontuosissime sfilate e i cachet di compenso per i testimonial speciali delle pubblicità assorbivano una parte consistente degli investimenti.
La metamorfosi non era ancora finita però: durante gli anni Novanta le aziende di moda, nel riprogettare i loro business, si ispirarono al mercato borsistico che in quel momento vedeva una fiorente crescita della “cartolarizzazione” dei titoli finanziari…
A cura di Greta Ubbiali
vai a: Scatole cinesi all’italiana – seconda parte








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