Il sistema italiano della moda è mutato nel corso del tempo, non solo nei propri obiettivi ma anche nelle relazioni con il tessuto urbano che lo ospita.La tradizionale struttura imprenditoriale italiana era organizzata in distretti; i luoghi di massima specializzazione erano Prato e Biella per la lana, Como per la seta e il Varesotto per il cotone.
E se la moda è veramente lo specchio del nostro tempo, è un caso che oggi volga sempre più il suo sguardo ad Est?
Il dragone inizia ad avere un peso sempre più rilevante nelle strategie di vendita delle aziende e non è più considerata solo la Fabbrica del mondo. Ogni giorno in Cina cinquantacinque persone diventano multimilionarie, questo significa 20.075 nuovi multimilionari all’anno. Questa nuova generazione di cinesi ricchi veste Armani, si profuma con Chanel e sogna di fare colazione da Tiffany. Non a caso Armani nel 2007 presentò la sua collezione “Armani Privè” proprio ad Hong Kong e Chanel scelse Shanghai per la sfilata “Metèrs D’art”.
Con l’entrata nel WTO nel 2001, la Repubblica Popolare Cinese ha aperto ancora di più le sue frontiere agli investimenti diretti esteri (IDE) in molti settori e quello tessile è certamente uno dei preferiti dai nostri imprenditori. Nel 2006 i primi a “superare” questo tabù e a parlare liberamente di delocalizzazioni in Cina furono Patrizio Bertelli di Prada e Giorgio Armani. Quest’ultimo, anzi, giustificò l’invasione dei prodotti cinesi nei mercati europei: Un tempo la Cina eravamo noi, con la nostra tradizione tessile e i prezzi così bassi da sbaragliare la concorrenza estera; quindi non c’è da stupirsi che il settore evolva e che nel mercato nascano nuove realtà, è semplicemente il ciclo di vita del settore.
Quali sono i motivi della delocalizzazione?
Le aziende spostano i propri siti produttivi in Cina per i bassi costi che incontrano sia a livello di retribuzione dei salari che per i finanziamenti statali concessi alle imprese straniere. Basti pensare che la retribuzione media di un operaio generico è circa cinquanta euro al mese e vi è un’abbondante disponibilità di manodopera esperta ed istruita. I controlli burocrati sulla sicurezza nel lavoro,inoltre, sono rari e facilmente aggirabili. Questa maggiore libertà di manovra non fa certamente onore agli imprenditori ma è comunque uno dei motivi che li porta a spostarsi.
Per quanto riguarda gli sgravi fiscali, nei primi dieci anni di attività per le imprese straniere che investono in Cina sono previste altissime detassazioni e la libertà nell’esportazione all’estero dei capitali conseguiti è massima.A queste condizioni favorevoli è necessario aggiungere una ferrea cultura del lavoro che rasenta lo stacanovismo, la facile reperibilità delle materie prime (come la seta e la lana) e la presenza di una tecnologia sofisticata . Il risultato è un prodotto di alta qualità ma di minor costo e quindi con maggior valore aggiunto.
É opinione diffusa che l’unica cosa in cui i cinesi pecchino sia il design ma finché il know how rimane italiano e gli stilisti assoldati sono quelli cresciuti nelle scuole di moda occidentale… il problema è ovviabile.
A cura di Greta Ubbiali








a>




It‘s quite in here! Why not leave a response?